IL SARTO
   

In un paese ad economia prevalentemente agricola, come lo era Telgate fino ai primi anni cinquanta dello scorso secolo, le uniche attività che consentivano un discreto tenore di vita, erano quelle che dipendevano da un’arte e/o professione legate al settore secondario

( industria e artigianato ) o addirittura al settore terziario ( servizi e commercio ). In questo microcosmo economico, talvolta, accadeva che importanti “ mestieri “ venissero a mancare per i più disparati motivi, quali ad esempio, l’emigrazione, il cambio di attività, o addirittura la scomparsa per morte improvvisa del soggetto interessato.

Come si regolava quindi un paese di poco più di duemila abitanti quando all’improvviso veniva a mancare un sarto, un barbiere, un fornaio, un calzolaio, o addirittura un medico? Questo evento diveniva un vero grattacapo per il Sindaco o per un Podestà se non aveva sottomano alcun sostituto pronto all’occasione.

Di solito il problema trovava la naturale soluzione con il subentro di un figlio o nipote che “ saggiamente “ il titolare aveva pazientemente allevato come proprio “ garzone di bottega”.

Tuttavia alcuni casi obbligavano il Primo cittadino a guardarsi intorno nel circondario per convincere o magari obbligare gli interessati ad aprire la propria attività, da un paese all’altro.

 

Fu questo uno dei fatti che andremo a narrare più dettagliatamente nelle pagine seguenti.

Il mestiere di sarto ( per ambo i sessi) non era che si potesse imparare tanto facilmente se non adeguatamente impratichito in lunghi anni di apprendimento presso un Modellista-tagliatore e/o Maestro-Sarto.

L’unica “Scuola” che rilasciava a quel tempo ( primi anni del secolo scorso) un diploma o attestato di sicura qualità era l’ Accademia di Taglio e Cucito di Milano, più nota anche col nome di  “SARTOTECNICA”  che, mediante corsi di frequenza  ed esami  proprio come una Università, forniva ai propri allievi  le qualifiche ed i gradi di merito per una solida e proficua  professione.

La licenza d’esercizio era quindi il traguardo più ambito anche per un semplice garzone che aspirasse a divenire in un piccolo centro, un artigiano di rilievo con una rispettabile attività.  Detta licenza era rilasciata dal Comune di residenza, al pari di quelle di attività commerciale e artigianale. Il sindaco o podestà le concedeva anche in base al numero di abitanti: quindi non potevano esserci in un piccolo paese come ad esempio Telgate* più di 2 sarti, 2 barbieri, 2 fornai, 2 macellerie, 2 fabbri o maniscalchi; più di 3 osterie, 3 calzolai, 3 parrucchieri, 3/4 negozi di generi alimentari o fruttivendoli, un solo distributore di carburanti e così via. Questo regime di controllo permetteva di limitare la concorrenza, in un bilanciato rapporto tra Domanda/Offerta.  L’unica difficoltà per gli esercenti era quella di trovare una bottega in piazza, dato scontato il fatto che non c’era migliore opzione di stare in vicinanza della chiesa per avere un’utenza frequente e continua.

Le foto che alleghiamo al presente articolo risale alla fine degli anni trenta dello scorso secolo. In questo scorcio di paese troviamo quasi tutte le attività artigiano-commerciali in esercizio. Vediamole insieme in senso orario:

 

1- Molino di Longaretti Alessio, allestito nelle pertinenze dell’ ex palazzo Bertoncini

2- Forno di Gagni Pasquale e successivamente di Organisti (Zabe)

3- Osteria del San Giorgio  di Pontoglio Elia  poi di Giovanni Paris ….

4- Latteria e gelateria della Angela di “mosche”

5- Bottega del Sarto Valerio Toccagni “serturì”, più tardi diventerà sede di altri mestieri

6- Bottega del Benzinaio Plebani Luigi  con annessa officina di riparazione di biciclette

7- Bottega di casalinghi e di bombole di liquigas  della Gina de’ “batistì”

8- Ufficio postale ricavato nell’ ex palazzo dei Vavassori (Abej), divenuto poi l’attuale Municipio.

9- Privativa di  Sale &Tabacchi di Elisa “taitù” Vavassori, ceduta poi alla Bepina di “Bardèle”

10- Osteria Facchinetti (Polda)

11- Macelleria di Giuseppe Marsetti (nonno delle attuali gestrici della Trattoria del Bersagliere)

12- Casa del pane - Forno della Famiglia Bertolli

13- Bottega di articoli vari della Rina Bertoli “Polaröla”

 

Questo in sintesi le principali attività attorno alla chiesa, tralasciando per il momento le rimanenti dislocate in via Arciprete Arici e via Leone XIII.

 

Nel 1927 l’unico sarto/barbiere attivo fin a quell’anno in paese, venne a mancare. Questa attività rimase vacante per alcuni mesi allorché il Podestà** chiese al suo collega di Bolgare se per caso conoscesse qualcuno disposto a trasferirsi a Telgate per continuare un mestiere rimasto scoperto troppo a lungo. A Bolgare era attiva una famiglia di sarti e barbieri da ben due generazioni: i Toccagni, provenienti dapprima dal vicino comune di Calcinate, ma originari di Pontida. Vincenzo a capo di una numerosa famiglia, reduce dalla prima Guerra mondiale era insignito di numerose decorazioni per aver continuato anche in divisa grigio/verde la sua attività di sarto.

Riprese subito il suo mestiere a differenza di molti altri suoi ex commilitoni ,semplici operai o braccianti salariati, rimasti disoccupati e senza un posto di lavoro. Come spesso accadeva in quelle famiglie patriarcali, Vincenzo Toccagni avviò al mestiere di sarto e barbiere due figli, il primogenito Valerio che frequentò la predetta Sarto-tecnica di Milano; nonché l’ultimogenito Luigi (detto Gige) che proseguì l’attività a Bolgare per un lunghissimo tempo raggiungendo la veneranda età di 104 anni.

 

Il Podestà di Bolgare sottopose al sarto Vincenzo Toccagni la richiesta pervenutagli dal suo collega di Telgate: e senza mezzi termini! Si appellò anche alla nuova “ Fede Fascista” di cui era ardente socio senza arrivare ad esplicite minacce, il suo primogenito doveva accettare di trasferirsi a Telgate, diversamente avrebbe avuto seri problemi con la licenza d’esercizio.

Il figlio Valerio non ne voleva sapere, era un giovane di 22 anni per nulla interessato alla politica di quel tempo, accampava inutilmente le più strampalate ragioni; non ultima quella che da ragazzo aveva udito dai suoi coetanei telgatesi: un feroce distico in latino che suonava così:

et in pulvere tempestate libera nos Domine da Bolgare e Calcinate

Tuttavia, alla fine acconsentì.

Si meravigliò parecchio dell’accoglienza che il paese gli riservò, a partire dalla Famiglia Foppa Pedretti che gli mise a disposizione una bottega centralissima ed assai ambita da altri artigiani del posto. Per questa scelta era fin troppo manifesto il ruolo non secondario giocato dalla maestra Matilde Magni Foppa Pedretti che Valerio aveva avuto come insegnante alle scuole elementari, più che mai fiera ed orgogliosa di questo suo allievo.

Per i dieci anni successivi, Valerio Toccagni percorreva d’estate e d’inverno quattro volte al giorno la bianca strada provinciale che univa le due borgate di Bolgare e Telgate, accompagnato dal fedele cane lupo da cui non si separava mai. Il cane arrivato a Telgate si accovacciava sotto il tavolo da lavoro e se ne stava buono buono sbirciando gli avventori non senza qualche perplessità da parte di questi ultimi. Il nomignolo “serturì” che gli fu subito attribuito era legato alla sua esile corporatura che non gli faceva difetto nell’indossare (e mostrare) capi di abbigliamento da lui stesso confezionati quale migliore promozione per la sua professione.

 

In piazza Vittorio Veneto aveva appeso come insegna sopra il portoncino d’ingresso una grande insegna  della macchina da cucire – SINGER - che occhieggiava sulla strada. Fece poi  istallare nella bottega di sarto/barbiere la prima luce al neon che tramite un altro suo fratello, Giuseppe elettricista di professione impiegato alla Dalmine, si era procurato di avere, nonostante il regime di autarchia imposto contro le merci straniere.  Non erano poche le persone che indugiavamo davanti alla bottega del sarto Toccagni incuriosite da quella strana luce bianca sconosciuta fino a quel momento.

Sulla piazza e davanti al nuovo monumento ai caduti si adunava ogni sabato pomeriggio la cittadinanza intera per festeggiare il cosiddetto “sabato fascista”. Specialmente dopo il famoso Concordato del 11 di febbraio 1929. Tutti erano “invitati” alla sfilata che al suono di trombe e tamburi ( Telgate non aveva la Banda musicale ) girava attorno alla chiesa parrocchiale accompagnati da canti e esclamazioni divenute assai celebri. Allorché il corteo procedeva, i portoni si dovevano socchiudere e le saracinesche dei negozi semi abbassate; chi possedeva una radio era tenuto a spegnerla per dare maggior risalto ai discorsi che le autorità tenevano ai presenti convenuti. Erano pochissimi gli esentati dal partecipare a quella manifestazione, tra costoro c’erano alcuni artigiani e  commercianti che non potevano interrompere la propria attività, e fra questi anche i barbieri. Men che mai Valerio Toccagni avrebbe partecipato a quella strana sarabanda che nel pomeriggio di sabato coinvolgeva l’intera cittadinanza.

Ora avvenne un episodio che lo coinvolse senza intenzione.  Una anziana signorina abitante in quel löc in fondo a via Arici, meglio noto come “vaticano”; allevava conigli, galline e soprattutto oche e tacchini. Nel pomeriggio, con qualsiasi tempo, si incamminava verso la piazza con al seguito un drappello di oche ed anatre, per raggiungere i prati nei pressi del cimitero. Li si fermava diverse ore  a pascolare le sue bestiole e verso sera ritornava a casa ripassando dalla piazza. Capitò un sabato di imbattersi nell’adunata sopraddetta, proprio mentre gli astanti lanciavano gli slogan e le canzoni del  loro nutrito repertorio.  Alla celebre esclamazione “ Eiah! Eiah!” le oche della signorina (come ventiquattro secoli prima in Campidoglio)*** allungando il collo, risposero coi loro caratteristici versi: Quaccchhhhhhh!- Quaccchhhhhhh! anticipando di pochi istanti la risposta “ A-la-là!” che tutti i presenti col saluto romano dovevano replicare.

Figuratevi i commenti e le risa di sarcasmo che qualche spettatore (non visto) ebbe ad esclamare. In tale circostanza, la stizza ed il risentimento delle camicie nere, non tardò a manifestarsi, in termini aspri e parecchio irritati. Avrebbero tirato il collo volentieri a quelle papere importune e dato seguito a chissà quale ritorsione nei confronti della anziana signorina che proprio non aveva alcunché da rimproverarsi.

Il clamore e le risate della popolazione attirarono l’attenzione del sarto Valerio che affacciandosi alla porta della sua bottega semichiusa si rese conto della situazione; in tutta fretta sottrasse la “malcapitata” e le sue “ screanzate bestiole” alla furia generale, ricoverandoli nell’androne del palazzo Foppa Pedretti e serrando dietro di se i portoni. Profondamente risentita l’anziana signorina non riuscì a trattenere la forte emozione sciogliendosi in pianto. Allora il sarto Valerio la rincuorò come poté dicendole:

 “Maria! Demm! … i’penserà mia de esh sule lur den dà n’ Paradis. La ederà che mindarà anche noter che n’ se mia fascisti !  ****

Tuttavia, da quel giorno alla predetta signorina venne solennemente proibito di passare per la piazza… Che se la sbrigasse da sola. Eh... silenzio!

      

* Dall’ elenco delle attività artigiano-commerciali  di Telgate rilevato nel censimento generale della popolazione  dell’anno 1931 - COMUNI DELLA PROVINCIA DI BERGAMO -

 

** Nel periodo fascista (1922-1945) la carica di Primo cittadino era ricoperta dal Podestà che riuniva nel suo mandato i poteri della Giunta municipale e del Consiglio Comunale oltre alla carica di Commissario di Governo.

 

*** Nel 390 A.C. l’ esercito dei Galli stava penetrando nella rocca del Campidoglio. Un gruppo di oche starnazzando svegliarono la guarnigione e cosi Roma fu salvata. 

 

**** “ Maria!... Andiamo...  non penseranno di essere i soli ad andare in paradiso, vedrà che ci andremo anche noi che non siamo fascisti!

  

N.B.  per rispetto alla privacy Il nome “Maria” è di fantasia
   


La bottega del Sarto: una simpatica vignetta , vi si racconta l'attività di lavorazione di un capo d'abbigliamento:
dalla cucitura, alla prova fino alla stiratura prima della consegna al cliente
 
Il fatto narrato nel precedente capitolo, di per se non diede luogo a nessuna apparente ritorsione, nei confronti di alcuno. Erano quelli gli anni del “consenso” al nuovo regime che dopo il primissimo, violento esordio, aveva dato l’impressione di essersi avviato verso un normale corso di normalizzazione istituzionale ponendo sotto gli occhi della pubblica opinione “Fatti inoppugnabili” come il già citato Concordato fra Chiesa Cattolica e Stato Italiano, e la Bonifica dell’Agro Pontino; nonché la campagna demografica che avrebbe consentito al “Duce” di contare in futuro su 8 milioni di baionette!
Questi argomenti erano fortemente dibattuti nelle osterie fino a tarda notte, in modo esagitato dietro qualche dito di vino di troppo. Erano, invece, assai più meditati nella bottega del sarto/barbiere che come adesso erano i soli posti dove era possibile discutere pacatamente su notizie sportive di ciclismo oltre ai due “mondiali di calcio” conseguiti dall’Italia nel 1934 e 38.
Nei piccoli paesi agricoli come Telgate la mano d’opera maschile era stata falcidiata dalla prima guerra mondiale di ben 44 giovani maschi, caduti e un imprecisato numero di mutilati ed invalidi.
Non senza contare gli oltre quaranta morti di febbre spagnola degli anni 1919 e 20. Lo straordinario intervento di premiare le famiglie numerose da parte dello stato era quindi accolto favorevolmente dalla popolazione, ma con qualche perplessità dalle gerarchie ecclesiastiche circa la finalità proposta. La nascita di un nuovo “Figlio della Lupa” comportava l’assegno una- tantum di una somma importante.
Al sarto Valerio, quando nacque nel 1938 il figlio maschio Vincenzo, questa somma di cento lire gli venne dimezzata. Il motivo lo seppe privatamente dal medico condotto che sovraintendeva la faccenda: - perché non sei fascista!-. Tanto gli bastò. Ma il ricordo dì quel “sabato pomeriggio” con le oche della signorina Maria, gli ritornò in mente. Trascorsero veloci gli anni e si arrivò alla guerra. Quanti giovani soldati si salutarono, prima di partire per il fronte nella bottega di sarto e barbiere del “serturì” Valerio; e ricordare quanti non fecero ritorno. Quanti altri lutti ed altri fatti si raccontavano nella sua bottega, questa volta erano dolorosi, accompagnati, talvolta, da sciagure e drammi spaventosi che vissero le famiglie di Telgate: le disillusioni e i rovesci militari, la mancanza di notizie, e la penuria di cibo, tutto tesserato e talvolta negato anche con la borsa nera. L’arrivo delle truppe d’occupazione tedesche in paese; le coscrizioni obbligatorie nelle formazioni repubblichine; pene severissime ai renitenti e ai propri familiari; obbligo di assecondare i numerosi “Diktat” emanati dalle autorità militari.
Al sarto Toccagni Valerio si “consigliava” di prestare gratuitamente una delle sue due macchine da cucire alle truppe ricoverate nei locali vuoti della ex cereria Bertoncini.
La serietà del gesto comportò la consegna della DURKOPP (la pregevole macchina da cucire tedesca che sua moglie Gina si era portata in dote). L’uso che i soldati ne fecero è facilmente intuibile: la usarono anche per cucire le scarpe. (Gli fu restituita dopo la guerra completamente rotta). La consegna prevedeva inoltre la cura di prestare il servizio gratuito di barbiere e taglio di capelli ai prigionieri stranieri che si trovavano al seguito dei reparti militari tedeschi e che venivano impiegati in agricoltura. Una delle tanto famigerate corvè che gli occupanti pretendevano gratis (SEMPRE ALL’INSEGNA DEL PATRIOTTISMO) per la causa nazionale!

Il pericolo era inoltre sempre più subdolo se qualche orecchio indiscreto percepiva nei discorsi e nei commenti della gente sui fatti veri o presunti tali che fossero riportati. Le delazioni ed il clima di sospetto nei confronti di chicchessia erano sempre in agguato, resi precari nelle attività a contatto col pubblico come trattorie, botteghe ed altri esercizi commerciali o artigianali di sorta. La sua bottega era diventata anche un punto d’incontro per tanti clienti che trovavano accogliente il locale riscaldato in attesa dei ” cinque minuti del barbiere” di proverbiale memoria. />
Ci si raccontava un po’ di tutto ma con estrema attenzione. Guai se si sfioravano i fatti politici! Solo qualche accenno agli innumerevoli tentativi di bombardamento del ponte ferroviario di Palazzolo andati a vuoto; o a quello sciagurato assalto, da parte della gente di Bolgare, ad un camion militare della sussistenza, carico di frutta fermatosi sull’autostrada per un guasto; episodio che stava per scatenare una feroce rappresaglia da parte delle SS tedesche. In quei mesi che precedettero il 25 aprile (giorno della liberazione) si verificarono altri fatti, minuziosamente descritti dal nuovo arciprete di Telgate mons. Pietro Biennati
nel suo cronicario.

In seguito, la ritrovata libertà, il ritorno dei reduci, la volontà esplicita di voltare pagina, ebbero il sopravvento, le animosità lentamente si placarono: Le “casacche”, come amava sottolineare lo stesso Valerio, da “nere” si cangiarono in “bianche”, passando per un brevissimo tempo anche attraverso un colore “rosso”, molto attenuato. L’arciprete si adoperò in modalità molto riservata a mettere insieme una lista per le elezioni comunali dell’aprile 1946.
Cercava dei candidati che non si fossero compromessi col passato regime, e soprattutto capaci di raccogliere una fiducia riposta su valori tradizionali e democratici, come i tempi richiedevano. Offerse anche al Sarto/barbiere Valerio di far parte di quella lista, inutilmente, Il Toccagni non ne volle sapere; come vent’anni prima aveva anteposto il suo mestiere, la sua professionalità al servizio principale della sua numerosa famiglia ad ogni altra via possibile.
Di quel periodo, tuttavia, conservava numerosi ricordi che amava raccontare.
Ad esempio quel soldato tedesco spaventato, come raccontava, della presenza di avanguardie sovietiche nei pressi di casa sua in Germania. Prima di lasciare Telgate gli lasciò in dono una minuscola gavetta di metallo conservata dal sarto in una piccola vetrina insieme ai ferri del mestiere.
Per non tacere della scheggia di una bomba sganciata da un aereo inglese, caduta ed esplosa nei pressi della cascina Roccoli. (Cronicario Biennati ).

E quello più inatteso: Siamo nel 1964. Un ex militare ungherese o rumeno, che fu prigioniero qui a Telgate, ritornò in Italia e desiderava (fra l’altro) d’incontrare il Sarto/barbiere che aveva conosciuto vent’anni prima. Cercò la sua bottega in Piazza Vittorio Veneto, ma non vi trovò il Valerio. S’informò e gli dissero che si era trasferito in viale Papa Giovanni. Si precipitò in quel posto e non appena vide l’ex sarto/barbiere ormai in pensione si prodigò in abbracci e saluti parlando in quella sua incomprensibile lingua da cui si capiva solo Grazie! Valeri! Itaglia! Poi con gesti e cenni mimati cercava di risvegliare nell’anziano barbiere quanto aveva da raccontargli. Gli ripeteva il suo nome o forse il cognome, ma senza risultato. Il giovanotto che era stato prigioniero era ormai un uomo adulto, molto diverso nell’aspetto e sicuramente una persona di rilievo, visto che, varcata la cortina di ferro, era diretto a Roma per espletare delle incombenze particolari.
Raccolse per terra dei ritagli di stoffa e, sempre mimando, li appallottolò. A quel punto il viso del Valerio si illuminò! Entrambi scoppiarono in una risata, mista a qualche profonda emozione, pronunciando all’unisono il reciproco nome. Finalmente si riconobbero e continuando andarono per lungo tempo a ricordare in modo singolare qualche altro episodio che rimase sconosciuto ed imperscrutabile a tutti i presenti.


Alcuni esempi di lavoretti eseguiti dalle fanciulle nella scuola di lavoro delle Suore
- dai corredi delle sorelle Toccagni, anni 50/60
L’attività di sarto in paese non era esclusivamente riservata al genere maschile, esistendo pure alcune brave signore che si erano rese disponibili a cucire, accorciare, orlare e, qualcuna, anche a confezionare abiti e gonne di buona fattura.
Tuttavia era necessario imparare a cucire a macchina e poi passare a mettere in pratica quanto era possibile desumere dalle numerose riviste femminili che al tempo erano editate quasi tutte con capitoli dedicati a insegnamento di taglio, cucito e ricamo. Eppure commetteremmo una grossa mancanza se non ricordassimo il ruolo che ebbero nel nostro paese quelle magnifiche suore di Maria Bambina che, nella cosiddetta “scuola di lavoro”  creata all’asilo, ebbero il compito di addestrare, istruire le fanciulle di Telgate a tenere in mano l’ago, il filo, i ferri di maglia e di rammendo e soprattutto insegnavano a cucire con la macchina. 
Ad esse impartirono i primi rudimenti che erano considerati indispensabili per il loro futuro di donne e di madri di famiglia, come quello di governare la casa a partire dalla biancheria.
Suor Paola, Suor Bartolomea, Suor Luigina, e da ultimo Suor Carmela Calchi, che ci ha lasciato da poco, hanno insegnato a schiere di generazioni di nostre mamme e sorelle a prepararsi la dote e a ricamare su federe  e tovaglioli le proprie iniziali di famiglia unite a quelle del futuro marito.
Quante dozzine di lenzuola? Quante tovaglie? Quante salviette? Come si esegue l’orlo a giorno sulla balza del copriletto. E poi ancora il ricamo ed il rammendo ed il lavoro a maglia, eseguiti con maestria ineguagliabile. Alcune di queste piccole allieve più tardi fecero il salto qualitativo e divennero vere e proprie “sartine”.
Restava in ogni caso il grosso problema di avere in casa la macchina da cucire.
Alle più fortunate che ricevevano in dote dalla propria famiglia un modello multifunzione si aggiungevano quelle che sceglievano di acquistarla a rate. Ma a chi rivolgersi per una scelta sicura?  Ecco a questo punto l’intervento del sarto Valerio Toccagni.
Egli era destinatario di numerose proposte commerciali di svariate case costruttrici di macchine da cucire, come – Singer – Necchi – Borletti - Rimoldi ed altre straniere come – Dürkopp - Pfaff- ed altre meno note.
Divenne il riferimento più indicato per la diffusione in ambito domestico del cucito in casa. Conseguenza che, poi, lo coinvolse nel tenere la manutenzione delle macchine stesse per tutto ciò che era necessario.
Le Case sopracitate avevano la  sede solamente a Bergamo, pertanto di lunedì, giorno tipico di chiusura per il barbiere, era d’uopo per lui il viaggio al capoluogo per l’acquisto di stoffe per il mestiere di sarto, di lamette e saponi e profumi per quello di barbiere e di pezzi di ricambio per le numerose macchine da cucire attive in paese.
L’antico mestiere del sarto, così splendidamente descritto da Alessandro Manzoni nelle pagine dei Promessi sposi, dava adito anche a carattere competitivo a delle vere e proprie gare che interessavano non poco la “verve” degli addetti ai lavori. La Sartotecnica di Milano bandiva annualmente un concorso  per il Sarto che riuscisse ad ottenere un abito completo (giacca, pantaloni e gilet) con il metraggio di stoffa più ridotto possibile. Una forbice d’oro: distintivo da mettersi al bavaro della giacca, quale trofeo in premio. La gara si misurava sulla scorta di centimetri: meno di 1,98 metri! meno di 1,97 metri! E così via…
Al vincitore: un serto di gloria e di notorietà!
Valerio sorrideva ai commenti riportati sulla stampa specializzata.
Del resto sua madre Antonia lo aveva più volte redarguito a proposito di ciò che lui sapeva fare con  squadra, metro, forbici e con il gesso (i suoi attrezzi del mestiere).  Dobbiamo ricordare a questo punto un particolare che era abbastanza risaputo negli anni successivi alla guerra mondiale.  Numerosi erano gli operai di Telgate che di buon mattino, col treno o con le corriere raggiungevano le fabbriche di Milano e dei dintorni, ove erano impegnati nei turni di lavoro. Fatica giornaliera che spesso si aggiungeva a quella di famiglia nei lavori dei campi.
A Natale, era consuetudine per loro ricevere dalla ditta un pacco dono che lo si aveva pazientemente consolidato lungo l’anno con piccole detrazioni dal salario. Questo “regalo” diventava una vera gioia per la propria famiglia, contenendo ogni ben di dio.
Di frequente includeva un panno di stoffa assai pregiata ( lana pettinata di rinomati opifici quali Zegna, Loropiana e simili).
Esso avrebbe consentito di avere per Pasqua o per il successivo 3 di maggio, un bellissimo abito da mettere il dì di festa, magari per la prima comunione o per la cresima di un proprio figlio. Lo si portava, quindi, dal Sarto e si concordava il prezzo della fattura.  Essendo questo taglio di tessuto di misura standard (di solito di 3 metri o più), dopo le accurate misure e il taglio del medesimo, avanzava di solito un buon metro di tessuto, che di norma doveva essere riconsegnato al cliente insieme ai ritagli e gli sfridi più grandi. Ma che cosa escogitava l’accorto Valerio? Al cliente prospettava di ricavare nel metraggio avanzato un secondo paio di pantaloni o due paia di calzoni corti per i figli, andando di nuovo a pattuire la fattura definitiva. Il cliente, sul da farsi accettava subito, più che sorpreso dal generoso comportamento del sarto che avrebbe potuto tranquillamente tenere per se la stoffa avanzata. Tuttavia, la madre del sarto non la pensava così, trovando un non so che di strano e di non lineare correttezza su quella operazione, al punto da ammonire il figlio con severità: - Bada figliolo che, quando sarai morto prima del Giudizio, ti verrà incontro un demonio reggendo una lunga pertica sulla quale saranno appese tutte le pezze di stoffa che hai manipolato in modo non proprio ortodosso! -  Alle gravi obiezioni della madre Valerio rispondeva: Ma secondo te, mamma, faceva peccato Sant’Antonio a fare i miracoli? 
Il suo pensiero era rivolto a quelle “forbici d’oro” che avrebbe meritato di ricevere per aver confezionato tanti abiti normali in misure tanto esigue.
Nei primi anni cinquanta del secolo scorso, essendogli diminuita di parecchio la vista fu costretto ad abbandonare il mestiere sussidiario di barbiere, divenuto troppo pericoloso per l’uso del rasoio a lama; ed in questo modo aprì la possibilità per altri barbieri venuti da fuori paese di occupare in paese questa indispensabile attività. Conservava, tuttavia, in bottega la vetrina con dentro tutta l’attrezzatura del mestiere: i rasoi, le forbici, le macchinette manuali per il taglio dei capelli, nonchè i grandi specchi e la poltrona su cui faceva accomodare i clienti per il servizio.  A proposito, la poltrona ebbe a vivere un episodio particolare: non era una una di quelle classiche che abitualmente si vedono nei saloni da barbiere! Era un vero pezzo d’antiquariato di stile “Chippendale” a cui era stato aggiunto il poggiatesta con carta scorrevole, obbligatori. Un giorno gli capitò in bottega un noto “ robivecchi” di Chiuduno che, adocchiata la poltrona ormai messa in un angolo, si provò a chiedere al Valerio se per caso fosse dell’idea di disfarsene.
Al diniego seguito, non si arrese tanto facilmente, e continuò per diverse volte a convincerlo alla cessione, senza risultato.
Il fatto incuriosì parecchio l’intera famiglia: ma cosa ha di tanto particolare quella poltrona? Non sarà per caso una situazione simile a quella raccontata da  Evgenij Petrovič Petrov nel suo spassoso racconto “Il mistero delle dodici sedie” ?  La scrupolosa ricognizione che ne seguì fu altrettanto rigorosa ma senza risultato alcuno: nessun tesoro nascosto nell’imbottitura ne tanto meno nei grossi braccioli! E allora?…  
A quel punto Valerio raccontò la strana vicenda di quella poltrona che si era portato dalla casa paterna di Bolgare quando si trasferì a Telgate verso la fine degli anni venti. 
Essa proveniva dagli arredi personali di un parroco di Calcinate defunto molti anni prima. Ai tempi era d’uso da parte dei Fabbricieri della parrocchia mettere all’asta i beni mobili e gli arredi   del parroco defunto, onde consentire al nuovo parroco d’insediarsi nella canonica. La vendita era messa all’incanto col metodo del cerino acceso: le offerte d’acquisto dovevano pervenire al banditore prima dello spegnimento della fiammella.  Quando si arrivò all’incanto di un salotto in stile ottocento, composto da un bel divano e da due poltrone con piccolo tavolinetto; il prezzo di base proposto risultò ai presenti troppo alto. (i proventi dell’asta andavano a favore della parrocchia) e non si avanzarono offerte. A quel punto i banditori si risolsero di frazionare gli oggetti, offrendo i singoli pezzi;  cosi quel bel salotto andò a disperdersi tra vari acquirenti.
Il sarto/barbiere Toccagni Vincenzo, padre del nostro Valerio, nativo di Calcinate ebbe modo di assicurarsi una delle due poltrone, che venne attrezzata, come dicevamo, per salone da barbiere.  Ora cento e più anni dopo il “Tröta” di Chiuduno aveva rintracciato sicuramente il divano e la seconda poltrona avendone trovato tracce negli antichi documenti della parrocchia di Calcinate i destinatari di quegli acquisti e ne stava  contrattando la vendita per poter ricostruire l’intero salotto originario. 
Solamente dopo pressanti insistenze e con la promessa formale di non lucrare in nessun caso sull’operazione che sarebbe stata irriguardosa nei confronti della storia che si portava dietro quell’oggetto, Valerio acconsentì alla cessione della poltrona per una cifra simbolica, con grande soddisfazione del “robivecchi ” che se ne andò via con la sospirata poltrona abbracciandola come se avesse in braccio una creatura.
Valerio Toccagni informò poi la famiglia di aver devoluto l’intera somma ricevuta alla raccolta fondi lanciata da Papa Paolo VI per la “Fame in India” nel 1966, e non accettò nessuna obiezione su quanto aveva deciso.


Attestato di benemerenza dall'Associazione Artigiani di Bergamo
assegnato a Toccagni Valerio con medaglia di merito, 1960

 

Valerio Toccagni era nato nel 1904. Lo ricordava spesso, era coetaneo del principe Umberto di Savoia. Questa circostanza gli aveva consentito di non  prestare il servizio militare,  perché, in Italia l’intera  classe del 1904 ne era stata esentata. Tuttavia non mancava di partecipare all’attività associativa degli alpini anche solo per rappresentare il padre Vincenzo che, non sempre, poteva aderire alle varie adunate delle penne nere che  avevano iniziato i loro annuali convegni lungo tutto lo stivale.

Sullo specchio di barbiere teneva con cura in bella mostra la foto che lo ritraeva (ultimo a destra) insieme ad alcuni compaesani alpini sdraiati su una aiuola di piazza del Plebiscito a Napoli durante il raduno del 1932. L’istantanea era spesso argomento di numerose discussioni tra gli avventori della sua bottega, con relativi accenti ironici già abbastanza diffusi (come del resto avviene ancora al giorno d’oggi).  Fu proprio in uno di quei freddi giovedì invernali, mentre si discuteva del più e del meno, vide affacciarsi in bottega un giovanotto di Telgate  che, senza indugi, gli  chiese se poteva confezionargli un cappotto in  “pelo di cammello” (1)  per la domenica successiva.  La richiesta era doppiamente strana per due formidabili ragioni.  Primariamente  era  impossibile per  l’esiguità del tempo a disposizione. Secondariamente per una ragione logica. Il cappotto lo si  ordina  prima di Natale e non dopo.

Il detto popolare a cui questa singolare abitudine obbediva era il  seguente:

“Prim de’ Nedàl ol frecc al vè! Dopo Nedàl ol frecc al và!” 

Non era, quindi, pienamente spiegata questa richiesta di farsi un cappotto in febbraio o marzo che fosse. Comunque il giovane, rampollo di una delle più facoltose famiglie di Telgate, insistette nonostante le perplessità del sarto  circa l’impegno richiesto. In fondo perché proprio di pelo di cammello ? La domanda potrà sembrare ai non addetti retorica. In realtà si trattava di trovare subito un taglio di tessuto pregiatissimo: cachemire o vigogna (2) che si poteva reperire solo presso i più rinomati venditori di stoffe di Bergamo. A questo punto è opportuno fare un passo indietro, e spiegare la  strana circostanza che si andava creando. 

Siamo nei primissimi anni cinquanta del secolo scorso. Il giovane di cui stiamo parlando, era fidanzato con una bellissima ragazza del  paese. Entrambi diplomati: ragioniere lui, maestra elementare lei.  Si erano conosciuti da studenti sulla corriera della linea Busti che collegava giornalmente Telgate col capoluogo. Quella coppia ben assortita era indicata, da parenti ed amici come modello esemplare e destinata sicuramente al matrimonio. Mah!... Come talvolta accade, le faccende di cuore prendono vie diverse. La rottura del fidanzamento tra i due aveva fatto molto rumore. Se ne parlava dappertutto, nei negozi nelle osterie a proposto e a sproposito. La  giovane era oggetto di severi giudizi e commenti; i più feroci a lei rivolti erano di questo tenore: “ma chi crede di essere? “, “ Rifiutare un partito così!... La crederà mia de’ igla sule lè”  ed altre stroncature che si omettono, qui, per carità di patria. Era fin troppo palese la motivazione neanche troppo velata di tale ostilità. Non era ammissibile in una società patriarcale  intrisa di cultura maschilista, ammettere  alla luce del sole quello che “ da sempre” avviene: ovverosia che è la donna a scegliersi il marito e non viceversa, a dispetto delle apparenze che negano questa evidenza, ieri come  oggi.  Nonostante le forti pressioni esercitate da anche dai più stretti familiari sembrava che tutto finisse lì. Invece si andò alla ricerca di stratagemma: Sugli schermi cinematografici del tempo, spopolava un celebre film di Billy Wilder “Sunset boulevard” o meglio conosciuto come Viale del tramonto.

Rimasta famosa è quella scena in cui il protagonista William Holden, nel ruolo  di uno spiantato giornalista e sceneggiatore, si presenta in un bar di Hollywood  indossando un prestigioso cappotto “ di Pelo di cammello”. I suoi amici presenti gli si attorniano e in modo scanzonato, lo sfottono toccando il tessuto, non mancando, però, di apprezzare il generoso e morbido regalo che aveva avuto poco prima dalla anziana diva del cinema muto che lo manteneva.  

Qualcuno suggerì, pertanto, al giovane deluso che avrebbe avuto buonissime chance con la sua fidanzata se avesse imitato l’attore americano.  Nei primissimi anni cinquanta il mito dell’automobile come “Status Symbol” (3) era ancora lontano. Era quindi più alla portata un capo-spalla di taglio sartoriale.

Tuttavia  un cappotto di quel livello, non ancora disponibile sul mercato del -prêt a porter-, come ai nostri giorni, occorreva ordinarlo da un sarto, e non solo; un sarto che avesse una notevole esperienza nel settore della haute-couture. Per un cappotto in  Cachemire  serviva una stoffa dal prezzo stratosferico per quel tempo. Per non tacere della fodera in raso di seta, i bottoni in madreperla, e tutto l’occorrente, che non poteva essere di materiale ordinario.

Tutto qui? Dirà qualcuno. La vicenda andò avanti come descriveremo più  in là. Prima di accettare la commissione, il sarto Valerio valutò tutto attentamente, si consultò con la moglie sul da farsi, e decise solo dopo aver sentito che su questa storia erano cominciate a girare delle scommesse nei bar e nelle osterie. Attenzione! Roba da poco! Solo qualche birra o calici di bianco, ma sotto c’era il pericolo che se non avesse accettato o se non avesse consegnato il capo finito entro le tre del pomeriggio della domenica successiva, la colpa sarebbe stata attribuita a lui, con immancabili conseguenze sulla sua attività professionale.

Avuto il pregiato tessuto e tutto l’occorrente necessario, a mezzo della corriera delle ore 13 del giorno dopo, calcolò che fossero sufficienti 48 ore per la consegna al cliente.  Si accordò col fratello “Gige” sarto di Bolgare, facendogli  recapitare i due o tre capi che aveva in corso d’opera, onde completarli senza scontentare nessuno, e si dedicò anima e corpo all’impresa che aveva assunto. 

Con la riga e la squadra, disegnò sul tessuto le partite del capo-spalla, iniziando senza indugio la confezione e, se non fosse stato per il freddo pungente di quei giorni, avrebbe lasciato aperta la porta d’ingresso della sua bottega per prevenire la curiosità della gente che frequentava il vicino bar S. Giorgio, tutta interessata all’evolversi della situazione. A stento la moglie Gina , lo convinceva alla cena e alla colazione:  egli voleva solo caffè e ancora caffè. Tutto preso dall’impegno passò la  notte del venerdì e del sabato in piedi  “odi la sega del legnaiuol che veglia nella chiusa bottega alla lucerna e s’affretta e s’adopra di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba…”  I versi di Leopardi (4) insegnati dalla sua maestra  Matilde Foppa Pedretti gli risuonavano cosi familiari. 

La foggia di un cappotto richiedeva alcune precise regole , definite “canoniche”:  A doppio petto, con maniche alla “Raglan" (5),  completa Impuntura di seta sui bàvari, rinforzi interni di vero crine di cavallo, feltro autentico nei risvolti e nelle imbottiture, asole di virgolina (6) di seta, la martingala era facoltativa.  Nulla tralasciando, spedì il figlio maggiore Vincenzo a scegliere nella fabbrica di bottoni “ La conchiglia” del Porro, sei grossi bottoni di madreperla per le falde anteriori e otto piccoli per le due maniche. E non mancò di cucire sulla tasca interna l’etichetta della sua ditta a sigillare quel capolavoro. Dopo l’accurata stiratura il  cappotto fu lasciato di proposito sul manichino (7) in bella mostra dietro i vetri della porta interna. Il cappotto confezionato traluceva, attraverso i sei “occhi di madreperla” tutti i colori dell’iride.  Diede incarico a sua figlia maggiore di recapitarlo a casa del cliente nelle primissime ore del pomeriggio di quella fatidica domenica. Quindi si coricò a letto e non si svegliò prima della sera del lunedì successivo.

Non si diede pena di sapere come poi, si svolsero i fatti seguenti, gli bastava di aver adempiuto al compito assegnatogli. Tra i due fidanzati si appianarono le divergenze per il momento, ma col passar dei mesi si interruppero definitivamente. Il cappotto centrava poco o nulla, visto che nel frattempo era giunta l’estate.

Entrambi presero vie diverse ma  solamente alcuni mesi dopo i fatti narrati avvenne una recrudescenza. Al matrimonio della ragazza che andò sposa ad un medico di Bergamo, prima del corteo nuziale, gli amici del giovane deluso telgatese, inscenarono lo “strascico delle tolle”. (8) L’usanza, qui da noi, ha da sempre avuto un sapore spregiativo e dileggiante per chi lo subisce.

Questa incivile consuetudine scatenò una rissa sul sagrato da parte del fratello della sposa che si prese a cazzotti con quei giovani scriteriati. Al netto della cerimonia religiosa, quella fu l’unica nota stonata, più volte esecrata dall’arciprete al punto che non venne mai più ripetuta in futuro; era d’uso anche allo sposalizio di un vedovo che si riammogliava.

Detto tra noi, la sposa, non lo meritava proprio quell’indegno episodio, neppure il giovane che, durante la  cerimonia, si ritrovò  nella bottega chiusa del sarto Valerio, visibilmente emozionato fin quasi alle lacrime.

Qui si conclude questa vicenda che interessò la cittadinanza di Telgate negli ultimi anni che precedettero  l’avvento della televisione. L’attenzione della gente si spostò dai fatti interni circoscritti al paese in cui si viveva, a quelli esterni portati in casa dalle dirette televisive, aprendo nuovi orizzonti per tutti.

Il sarto Valerio Toccagni non parlava mai di queste cose, nemmeno in famiglia, solamente verso la fine degli anni 60 smise il mestiere di sarto e ricevette a conclusione della sua carriera  un attestato con medaglia d’oro  dalla Camera di Commercio - Industria & Artigianato, come premio di Fedeltà al Lavoro. 

Per coerenza monarchica se ne andò pure lui nel 1983 proprio come il suo coetaneo Umberto che  divenne re d’Italia solo per un mese scarso  nel maggio 1946.

Termina qui questo profilo di una attività o mestiere ormai scomparso dai nostri paesi, Interamente sostituito dai negozi e dai mercati di abbigliamento pronto da indossare (Prêt a porter)                 

 

note:

1-Pelo di Cammello: è l’ impropria definizione di un tessuto in lana vergine. Indica un prodotto tessile  di gamma  superiore. Per via della buonissima idrorepellenza, risulta opportuno per soprabiti, cappotti o trench-coats di altissima qualità.  Il rimando al pelo del cammello è puramente proverbiale come il detto “ questione di lana caprina” Ovvero:  poca, inconsistente, esigua…  Quasi come  il Pelo dell’uovo o del cammello…

2-Cachemire/Vigogna: Una lana ricavata dal vello di una rarissima pecora allevata nel Tibet e nelle Ande, caratterizzata da una finezza, morbidezza e sofficità superiore a qualsiasi altra lana. Dalla pochissima disponibilità si ottengono tessuti di valore inestimabile.

3-Status Symbol: ha avuto nei secoli diversi e molteplici significati.  L’uso di particolari oggetti che determinavano un Appartenenza di Classe: Possedere un cavallo, una casa in un quartiere esclusivo,  un orologio di marca,  un’automobile di lusso, un Capo d’abbigliamento firmato, un abito da sera  ecc. ecc.

4-Versi di Giacomo Leopardi  dalla poesia “Il Sabato del Villaggio”

5-Raglan:  foggia di taglio particolare delle maniche di un capo-spalla. Prende il nome dal Lord inglese Raglan  ( 1788-1855) reduce dalla battaglia di Waterloo  dove venne gravemente ferito alle braccia. L rinomata  casa sartoriale londinese Aquascutum si offerse di confezionargli una giubba  facile da indossare

6-Virgolina :  Filo di seta naturale  a più capi ritorto, molto resistente; usato per le asole e per le impuntature degli abiti. Oggi viene impiegato al suo posto un equivalente filato in Nylon.

7-Manichino: Un grosso appendi-abito da esposizione che riproduce le fattezze del torace umano, senza braccia e testa, consente al sarto di verificare la confezione del capo appena imbastito e  assemblato.  

8-Lo strascico delle tolle: “tiradrè i ‘tole” lo si effettuava trascinando una filone di barattoli vuoti di metallo, legati  ad una bici o motoretta.  Sui vecchi selciati in ciottolo dei paesi faceva un baccano d’inferno onde attirare l’attenzione. Usanza ormai abbandonata, ma ancora diffusa in America e nei paesi anglosassoni in segno augurale per gli sposi. ( vedi ad esempio -Il Cacciatore- film di Michael Cimino )

(dall’inserto dell’Angelo in Famiglia di gennaio - febbraio - marzo - aprile 2021)